La laguna di Venezia

La Laguna di Venezia riveste una particolare importanza storica, poiché per un millennio è stata un baluardo imprendibile della gloriosa Repubblica veneta. Nei secoli si è sviluppato un vivace dibattito fra scienziati e ingegneri idraulici italiani sul processo di riempimento della laguna con le alluvioni trasportate dagli immissari, che è stato rallentato mediante la diversione dei fiumi Brenta, Sile e Piave.

Fisicamente, la laguna si può definire un tipo particolare di foce, intermedio fra il delta (in cui prevalgono i depositi fluviali) e l’estuario (in cui prevale la marea). Secondo Giulio Supino “la laguna rappresenta uno stadio intermedio d’equilibrio tra l’azione del mare e quella del fiume, sicché i materiali depositati in corrispondenza della foce non si espandono lateralmente e lasciano delle zone invase dalle acque. Ciò accade per le condizioni della marea nell’Alto Adriatico in tutti i fiumi veneti.” Essendo situata all’estremità di un mare chiuso, la laguna di Venezia è soggetta a grandi escursioni di livello, con il fenomeno dell’acqua alta.


Mappa dell’evoluzione morfologica della laguna veneta. Fonte www.atlantedellalaguna.it

Oggi la Laguna di Venezia è riconosciuta Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, ha una superficie di circa 550 km², di cui l’8% sono terreni emersi (la città di Venezia e molte isole minori), il 12 % acqua o canali dragati, e il restante 80% piane di marea fangose, paludi d’acqua salata o artificiali casse di colmata. Le bocche di porto, inizialmente più numerose, sono state ridotte a tre: Lido-S. Nicolò, Malamocco e Chioggia. La laguna è interessata da un significativo processo d’erosione, che comporta la scomparsa di ampie superfici coperte da velme e barene e l’abbassamento dei fondali. Per contrastare le inondazioni dell’acqua alta è stato attuato il progetto MO.S.E. (Modulo Sperimentale Elettromeccanico), un’imponente opera d’ingegneria con paratoie mobili flottanti davanti alle tre bocche di porto.

Benedetto Castelli: Considerazioni intorno alla Laguna di Venezia

Il grande prestigio di Benedetto Castelli fa sì che nel 1641 gli sia richiesto dalla Serenissima un parere sullo stato della laguna. La situazione dell’epoca vedeva il fiume Brenta già divertito per prevenire il riempimento con le torbide, ma apparvero altri disordini come lo scoprimento di ampie aree della laguna in tempo d’acqua bassa e l’interrimento delle comunicazioni col mare. Nonostante avesse contro la maggioranza dei politici, dei tecnici e dell’opinione pubblica, è ammirabile la forza di carattere con cui il Castelli legge le sue Considerazioni intorno alla laguna di Venezia davanti al Senato veneto, le quali contraddicono la strategia ufficiale.

Castelli ritiene che il disordine denunciato con la fermentazione dei fanghi nei caldi estivi non sia dovuto al rialzamento del terreno, ma alla scarsità di acque apportate alla laguna dopo la diversione della Brenta. Per l’interrimento dei porti, esso dipenderebbe dalla furia del mare, ossia dalle arene marine trasportate dai venti e non contrastate dalle contrarie correnti d’acqua dolce, indebolite dalla diversione. Di conseguenza, egli non soltanto è contrario al progetto di divertire il Sile e altri quattro fiumi, ma vorrebbe addirittura rimettere in laguna le acque della Brenta: “si rimetta più acqua, che si può nelle Lagune,…. avendo riguardo, che l’acqua sia men torbida che sia possibile.” La sua proposta è accolta con freddezza dalla parte più diplomatica del Senato e con aspro dissenso da molti: “mi si voltarono acerbamente contro, e con modi aspri, e con scritture, e stampe piene di livore mi lacerarono.”

Come afferma Castelli, è probabile che alcuni dei suoi oppositori non comprendano il concetto di portata di un fiume, ma a sua volta egli non sembra cogliere la delicatezza, sul piano politico, del processo di riempimento della laguna quando scrive: “ancorché si concedesse il riempimento, possiamo probabilissimamente dire, che non seguirà, se non nel corso di molte, e molte centinaia d’anni.” Qui non si parla della perdita di una zona umida, ma della fine di Venezia come città lagunare e imprendibile dal nemico. Viste le resistenze al suo progetto, Castelli propone una campagna di misure della torbidità mediante prelievi di campioni d’acqua, in modo tale da determinare la quantità dei sedimenti che ogni anno si depositano. Tuttavia, la Serenissima prosegue imperterrita nel suo programma di diversione dei fiumi.

Neanche dopo un secolo gli idraulici veneti avranno perdonato Castelli, come si evince dal trattato di Bernardino Zendrini, il quale, con riferimento a Castelli e in difesa dei Proti veneziani, scrive: “onde si può agevolmente raccogliere, che se tal uno condanna i Periti ed Ingegneri perché privi di teoriche cognizioni, potersi dal pari condannare anco que’ Teorici, che troppo donano ad una scienza molto astratta.”

Geminiano Montanari: Il mare Adriatico e sua corrente esaminata

Il modenese Geminiano Montanari è consultato spesso dal governo della Serenissima in questioni d’acque: le più delicate si riferiscono alla difesa delle lagune e dei porti dall’interramento, per l’interesse economico, e prima ancora strategico, da esse rivestito. Montanari dissente apertamente da Castelli: “Siccome io fui sempre di ferma opinione, che sia verissima e santissima la massima costante di questo Eccellentissimo Senato d’andar divertendo da questa Laguna tutti i fiumi, che per l’avanti, non solo con le torbide l’andavano atterrando, ma con la naturalezza delle acque medesime propagavano d’ogni intorno quei canneti, che soliti nascere in tali paludi infettano l’aria di non so qual poco salubre esalazione, onde sono quasi disabitate le grosse popolazioni di Torcello, e di Mazzorbo, né di questa incontrastabile verità abbia bastato a distraermi l’aver veduto, e con ragioni per altro ingegnosissime e dotte procurato dì provar il contrario, il dottissimo e da me in ogni altra sua cosa riverito Abate D. Benedetto Castelli, onde stimo doversi sempre benedire dalla posterità tutta le grandi applicazioni non meno che i dispendj di tanti millioni impiegati ne’ lunghi Tagli, o sia nuovi alvei fatti al Bacchiglione, ed alla Brenta per condurli con altr’acque più lungi, che s’ha potuto da questa Dominante, e nel divertire altresì dalla parte di Tramontana il Sile, ed altri fiumicelli minori, il che si ha effettuato ormai quasi interamente, oltre la diversione della Piave, e della Livenza in altre parti stabilita.” Sulla stessa linea si collocherà Domenico Guglielmini, dopo il suo trasferimento a Padova al servizio della Serenissima.

Nel suo trattato Il mare Adriatico e sua corrente esaminata Montanari affronta in modo originale il problema del trasporto e del deposito delle sabbie lungo le coste venete, al quale è connessa la difesa dei porti. Con un approccio euristico affascinante, egli va oltre la concezione tradizionale del Magistrato veneto alle acque. I rapporti complessi tra fiumi, lagune e mare sono ora più chiari, facendo anche emergere i limiti di una politica ossessivamente focalizzata sugli effetti negativi dei corsi d’acqua piuttosto che su quelli positivi, cioè che i fiumi che sboccano in mare a settentrione della laguna proteggono i porti dalle sabbie marine. A questo lavoro scientifico di Montanari sono legati importanti aspetti pratici sulla modalità di diversione dei fiumi e di protezione del litorale.

Bernardino Zendrini: Memorie storiche delle Lagune di Venezia

"Venezia - Murazzi Pellestrina" di Gvf - Lavoro personale. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons

I murazzi della laguna veneta, realizzati per la prima volta da Bernardino Zendrini nel 1738

Nel 1720 Zendrini è assunto a Soprintendente alle acque de’ Fiumi, delle Lagune, e de’ Porti dello Stato Veneto e avvia una ricognizione generale del sistema idrografico veneto. Nel volume Memorie Storiche dello stato antico e moderno delle Lagune di Venezia egli ricostruisce la storia delle acque venete dal 1300 al 1700, riferendo, per ciascun anno, le alterazioni avvenute nei fiumi, nelle lagune e nei porti. Si può così ricostruire la storia degli eventi e le strategie seguite per migliorare la situazione, corredate da carte idrografiche disegnate dallo stesso autore.

Nella veste di Soprintendente, l’opera più imponente progettata da Zendrini sono i Murazzi dei Lidi, portati a termine dal 1744 al 1782. Essi sono possenti argini, lunghi parecchi chilometri lungo i litorali di Pellestrina e di Sottomarina, formati da grossi massi di pietra d’Istria regolarmente tagliata. I Murazzi sostituiscono i precedenti deboli argini di palafitte e sassi, demoliti facilmente dal mare.

Antonio Tadini: Della veneziana laguna

Anche il bergamasco Antonio Tadini si occupa anche della Laguna veneta in veste di ispettore generale del Corpo di acque e Strade del Regno d’Italia napoleonico. Nello scritto Di varie cose all’idraulica scienza appartenenti Tadini idraulico italiano scrivea egli sostiene una nuova teoria chimica che, a suo avviso, spiegherebbe i fenomeni intervenuti nella laguna dopo l’allontanamento delle acque dolci, ossia la riduzione della resistenza del suolo palustre alla corrosione delle burrasche marine: “la terra nell’acqua dolce rimane illesa, mentre nell’acqua salsa soffre un grado di chimica combinazione, per cui perdendo la naturale sua consistenza ed il suo nerbo, si avvicina alla frale condizione di fango, quale si osserva nella viniziana laguna…… E con ciò rimane pienamente svelato l’arcano di simili cangiamenti nella Laguna osservati.”

Alcuni decenni dopo gli risponderà Pietro Paleocapa nella memoria Sulla corrente litorale dell’Adriatico, affermando che quando in laguna entravano acque dolci, il terreno era reso più stabile dalla vegetazione: “E mi pare che in tal guisa sia bene spiegato il fenomeno dell’ampliarsi delle lagune, quando vengono liberate dai fiumi torbidi, senza uopo di ricorrere ad altre cagioni recondite di chimiche azioni. Aggiunge Paleocapa: Più strane ancora sono le cose che dice il Tadini sulla rovina di fabbriche, e perfino dell’intera città dell’antico Malamocco, che egli pretende aver proceduto dall’azione chimica della salsedine dell’acqua del mare, che venne a penetrare nelle sostruzioni e fondamenta delle fabbriche, dove prima non penetrava che acqua dolce. Cotesta sua dottrina ha fatto ridere i pratici uomini d’arte di Venezia; i quali osservavano, che se fosse vera, ne sarebbe avvenuta la rovina anche di quelle antichissime fabbriche che erano state erette lungo le rive del Canal Grande di Venezia… e ne dovrebbero anzi crollare la maggior parte delle fabbriche della città di Venezia.”

Pietro Paleocapa: la costruzione della diga di Malamocco

La questione dell’insabbiamento del porto di Malamocco è antica e i vecchi Proti veneziani, nel tentativo di salvarlo, avevano costruito invano speroni sporgenti di 100-120 metri. Dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, a Napoleone preme conservare la navigazione a Venezia per motivi strategici. Nel 1807 una commissione è incaricata di risolvere il problema e propone la costruzione di due dighe in mare, quasi ortogonali al lido: l’una a nord, per impedire l’avanzata delle sabbie; l’altra a sud, per favorire lo scavo dello scanno tramite il flusso e riflusso nello spazio intermedio tra le dighe che le sabbie avevano steso davanti al porto, e tenendo questo purgato con la dovuta profondità. Dopo la caduta di Napoleone il progetto viene abbandonato perché troppo costoso.

Esso sarà ripreso nel 1838 da Pietro Paleocapa, con l’aiuto di Giovanni Casoni. Irrinunciabile per Paleocapa è la costruzione della diga a nord, che aumenta in lunghezza (2200 m.) ma viene resa più leggera. Egli capisce che questa è sufficiente non solo a proteggere il porto dalle sabbie, ma anche a far solcare lo scanno con l’aiuto delle maree e dei venti burrascosi. Gli effetti corrisponderanno alle previsioni.

Gli studi sull’insabbiamento dei porti dell’alto Adriatico, realizzati per la diga di Malamocco, si riveleranno preziosi quando Paleocapa sarà chiamato a far parte della Commissione internazionale per il Canale di Suez e pubblicherà le Considerazioni sul protendimento delle spiagge e sull’insabbiamento dei porti dell’Adriatico, applicate allo stabilimento di un porto nella rada di Pelusio.


  • Livio Dorigo. Osservazioni mareografiche in laguna di Venezia
  • Istituto veneto di scienze lettere ed arti. Ricerca scientifica per Venezia
  • Giovanni Poleni. De motu aquae mixto
  • Claudia Ramasco. Considerazioni conclusive sull'inquinamento della laguna di Venezia
  • Carlo Silvestri. Istorica e geografica descrizione delle antiche paludi adriane, ora chiamate Lagune di Venezia
  • Bernardo Trevisano. Della laguna di Venezia
  • Eugenio Zilioli. Studio dell'evoluzione morfologica delle barene nella laguna di Venezia mediante telerilevamento da satellite